domenica 27 agosto 2017

Gli artisti polacchi a Roma nel Settecento

Mi è capitato tra le mani questo libro di Mattia [Maciej] LORET, Gli artisti polacchi a Roma nel Settecento. Milano-Roma, Casa editrice d'arte Bestelli e Tumminelli, 1929 (prefazione di Corrado Ricci). 60 illustrazioni in b/n. E l'ho comprato.

Ho scoperto la storia di questi pittori affascinati da Roma, come tutti gli artisti stranieri lo erano, nel Settecento. Ho scoperto che alcune delle loro opere si trovano tra Frascati e Ariccia. Le potete contemplare anche voi, giacché sono perlopiù in luoghi accessibili come le chiese.

Di seguito, un sunto dell'opera.

Due parole sull'autore del libro, Mattia Loret.
Membro dell'Accademia polacca di scienze e lettere, fu da essa incaricato di recarsi a Roma per studiare (anzi per continuare a studiare, annota il Ricci) i polacchi all'estero, particolarmente nella capitale italiana. Era docente e lasciò Roma per qualche anno, insegnando a Leopoli (oggi,  in Ucraina) e a Cracovia. Tornò a Roma ove rimase anche durante la I guerra mondiale. Inviato ad Atene come diplomatico «plenipotenziario». Nel 1929, è già tornato a Roma (ignoriamo se vi sia anche morto), in qualità di delegato del Ministero della Pubblica Istruzione polacca.
Il senatore Corrado Ricci, prefatore del libro, fondò nel 1922 (altrove, si legge 1918) l'Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte - centro di studi e di ricerche - con annessa biblioteca.

I pittori oggetto dello studio del Loret sono Szymon Czechowicz, Tadeusz Kuntze.

Scrive Loret nella sua Introduzione che la Polonia fu sempre legata alla civiltà occidentale, soprattutto attraverso i vincoli della religione cattolica romana, anche per proteggersi dalle invasioni asiatiche, come quella tartara del 1241 che destabilizzò il patrimonio culturale della giovane nazione polacca.

Quelle regioni invase furono spopolate e ciò permise all'elemento germanico di spadroneggiare nel quattrocento. In verità, gli italiani avevano iniziato a insediarsi fin dal duecento, seppure isolatamente. Scrive Loret: gli italiani, più intraprendenti e privi di boria [rispetto all'elemento germanico], [furono] accetti e benvoluti (p. 11). Si tratta perlopiù di rappresentanti del commercio, dell'industria e della banca. Poi vi furono i rapporti con la Curia romana che inviava i suoi legati.

Loret sa bene che la Polonia costituisce una sorta di «sentinella avanzata» soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli e l'avanzata turca in Europa.  A metà del Seicento, la Polonia vuoi per la politica nefanda nobiliare, vuoi per le catastrofiche guerre con turchi, cosacchi e infine svedesi, si vede danneggiata nel suo potenziale intellettuale e artistico, ritardando la sua evoluzione culturale.
I giovani studenti polacchi migrano in Italia.

Che tipo di pittura c'è, in Polonia, prima del Settecento?

Il tema è quello religioso, la scuola da imitare negli stilemi è quella tedesco-fiamminga. L'architettura è gotica.
Ma ecco che - scrive Mattia Loret - il Rinascimento italiano si fa strada anche in Polonia e la sua architettura è ravvisabile nel castello di Wawel (Cracovia, sulla Vistola, residenza reale), ricostruito dall'architetto toscano Bartolomeo Berrecci.

castello di Wawel (Cracovia, Polonia)


Gli italiani sono tenuti in grande considerazione e vengono affidati lavori a molti tra di loro (a scapito degli artisti polacchi), come per es. Palma il Giovane o il figlio del Tintoretto, Domenico Robusti.

Poi nel 1600 arriva alla corte di Sigismondo III, Tommaso Dolabella e ne diviene il pittore ufficiale. Grande fu la sua influenza sulla pittura polacca, finché con l'avvento al trono di Lasdislao IV (1632-1648), tornano di moda le tendenze fiamminghe e olandesi, in quella che fu l'âge d'or di quell'arte.

Durante il regno di Jan III Sobieski il mecenatismo si diffonde: nuovi palazzi, nuove ville, fondazione di una scuola di pittura, rapporti con l'Accademia romana di S. Luca, ove vengono inviati vari  giovani pittori (allievi) polacchi.

È dunque la corte a dare impulso alle molteplici iniziative artistiche non solo verso l'Italia, ma anche verso l'Olanda e la Germania. Almeno fino ad August II, re di Polonia ed elettore di Sassonia, mecenate sì, ma verso la Germania (Dresda); si disinteressò della vita artistica in Polonia, [avendo] a nutrire propositi del tutto divergenti con la prosperità e perfino con l'integrità del paese  (p. 17).

Il '700

Tra i primi a migrare c'è Szymon Czechowicz. Siamo nel 1710. Ha 21 anni. È Ossolinski, tesoriere della Corona, che accortosi del suo talento, gli fornisce i mezzi per giungere in Italia, a Roma, dove resterà per i successivi trent'anni. Czechowicz copia molto da Raffaello, visita chiese e monumenti, «respira(...) il fascino della città» (p. 19). Dipinge per la chiesa nazionale polacca a Roma, S. Stanislao alle Botteghe Oscure, una crocifissione.

Czechowicz, Adorazione di Santa Edvige
(S. Stanislao dei Polacchi)
foto scattata da me dal libro stampato nel 1929
Tornerà poi in Polonia, continuando a dipingere molto. Stabilitosi a Varsavia vi morirà, terziario dell'ordine di S. Felice.

Ma l'artista polacco più «romano» è senza ombra di dubbio Tadeusz Kuntze, nato a Grünberg (nella Slesia ancora polacca, oggi tedesca) intorno al 1730, crebbe a Cracovia lavorando come sguattero di un prelato, Andrzej Stanisław Kostka Załuski, che diverrà vescovo della città.

A differenza di Czechowicz, Kuntze non risulta iscritto all'Accademia di S. Luca, al cui interno la nuova corrente neoclassica, capeggiata dal maestro di Mengs, Marco Benefial, [...] si scagliava contro il manierismo barocco (p. 22). Ciononostante, Loret ipotizza che le polemiche e i dibattiti abbiano comunque avuto delle ripercussioni sulla sua evoluzione artistica. Kuntze studia i grandi maestri del '500 e del '600, soprattutto per la tecnica dell'affresco.

All'inizio, per sbarcare il lunario, l'artista esegue frettolosamente alcuni quadri di soggetto religioso commissionatigli dalla lontana Polonia. A Roma lavora tanto, quadri di santi tutti ora a Cracovia, dove tornò verso il 1757 (p. 23). Nel 1758 muore il vescovo benefattore (Załuski) e ciò riguarda la vicenda personale di Kuntze; cinque anni dopo muore anche il re August III Sas e in Polonia i cambiamenti cominciano a farsi sentire.

Sale al trono Stanislas II August Poniatowski, in maniera rocambolesca. A dire dell'autore del libro, molti sono i meriti di quest'ultimo re polacco: si può dire che la Polonia deve a lui le basi e l'impulso dell'arte nazionale (p. 24). Come? Mantenendo una scuola artistica il cui direttore fu per lungo tempo il romano Marcello Bacciarelli, autore tra l'altro di un suo ritratto (cfr. immagine qui sotto). Altri artisti italiani (penso a Giovanni Battista Lampi) soggiornarono presso la corte presso il re: uno su tutti, Bernardo Belotto detto il Canaletto che ben restituì la Varsavia del tempo (clicca qui).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4d/Stanislaw_poniatowski_bacciarelli.jpg
la foto di pubblico dominio è tratta dal sito tedesco Hampel Kunstauktionen

Si dirà: e Tadeusz Kuntze in tutto questo? L'artista torna a Roma nel 1766, dopo dieci anni di assenza, trascorsi in Polonia.

La Roma intellettuale si è spostata nei salotti e in due Caffè: il Caffè inglese (di cui personalmente non so nulla, n.d.r.) e il Caffè greco, l'uno a pochi passi dall'altro, anche se il mercato artistico degli stranieri, scrive Mattia Loret, è in mano ai restauratori di antichità come il Cavaceppi e l'Albaccini (p. 26).

Non godendo dell'appoggio materiale del re, che cosa può fare Kuntze per ottenere commissioni?
Affidarsi al cardinale duca di York, vescovo di Frascati, figlio di una principessa polacca, Clementina Sobieski. Costui, nato a Roma, giacobita, nipote di Giacomo II Stuart, rivendica per sé la corona inglese, si chiama Henry Benedict Thomas Edward Maria Clement Francis Xavier Stuart e sarà ritratto da Anton Raphael Mengs e da Maurice Quentin de la Tour.

Il cardinale chiede a Tadeusz Kuntze di affrescare a Frascati le pareti laterali della cappella del seminario tuscolano (appena restaurato) e la volta della biblioteca (appena costruita).

Chiesa del Gesù (Frascati)


Eglise du Gèsu de Frascati.JPG
la foto è prelevata da wikipedia e firmata LPLT CC BY-SA 3.0

Ecco i suoi lavori:


Nascita della Madonna [fig 15, p. 49]

Transito della Madonna [fig 16, p. 50]




Refugium peccatorum 
Adorazione dei pastori [fig 17, p. 51] 
Presentazione al tempio [fig 18, p. 52]
File:Adorazione dei Pastori Chiesa Gesu Frascati 010.jpg
ADORAZIONE PASTORI foto by luiclemens


File:Presentazione di Gesu al Tempio Chiesa Gesu Frascati 009.jpg
La presentazione al tempio foto by luiclemens

E, sulla volta della biblioteca [fig 19, p. 53] : Trionfo della Scienza sull'ignoranza.

Poi ci sono i quadri conservati nel palazzo vescovile (la Rocca) di Frascati; tre tele a tempera: 1. Abramo e i tre angeli [fig. 21, p. 55]; 2. Rebecca al pozzo [fig 22, p. 56] e 3. Aronne che mette in fuga gli egiziani col bastone cambiato in serpente [fig 23, p. 57].

Kuntze accetterà anche ordinazioni di minor rilievo, come per esempio la  decorazione di un salotto ad Ariccia: La storia di Ippolito, eroe mitico di quei luoghi (9 affreschi) [figg 24-31]

Ci sono infine alcuni quadretti di vita popolare romana, ed è proprio con questi che l'artista polacco assume una personalità, distinguendosi come uno dei migliori artisti di genere [figg 32-41]

Saltarello romano fig 37, p. 71








Ci sarebbe da parlare anche di Zawadzki, di Smuglewicz e di Hempel, ma rimando i lettori interessati alla lettura dell'opera di Loret. [Jacqueline Spaccini, Roma 27/08/2017]

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Il libro è consultabile a Roma presso la Biblioteca universitaria di Roma 3, Fondo Cellini collocazione FC 02643 (non risulta dal catalogo OPAC sbn)
e in tutti questi posti qui (cliccaci sopra)






sabato 5 agosto 2017

UT PICTURA PUBLICITAS

Nello svuotare cartoni e scatoloni, ho ritrovato questo abbozzo di articolo, che ora pubblico qui. L'ho scritto nel dicembre del 2000, dopo aver visitato il museo della pubblicità (Musée de la publicité, Parigi, 107, rue de Rivoli au sein du Musée des Arts décoratifs de Paris). 

Lo trascrivo qui:

* * *

Sempre più negli ultimi anni, la pubblicità tenta di conciliare le due anime che la compongono: da una parte, c'è il concetto di utilità reale che serve per vendere: dall'altra, quello di unicità, di una gratuità immateriale che possa arricchire l'immaginario sociale collettivo. 

Diceva Malraux nel 1935: Ogni opera è morta quando l'amore le si sottrae. Le opere hanno bisogno di noi per rivivere del nostro desiderio, della nostra volontà, giacché l'eredità non si trasmette, la si conquista (Discours au congrès international des écrivains).

Allora l'arte rivive anche in quel mondo strano e contaminato, spesso corrotto dallo scopo mercantile, che è quello pubblicitario. Certo, è la pittura a fare la parte del leone. Spesso la pittura più immediatamente riconoscibile, dal momento che l'oggetto pubblicizzato è diretto (oserei dire, destinato) a molti - e non a una élite, tranne rarissime eccezioni. L'acquirente potenziale, quello mirato, non deve sentirsi escluso né schiacciato dalla cultura. Semmai deve sentirsi lusingato. E, soprattutto, deve comprare.

In questa ambiguità, fortissima e irrisolta, l'arte funge da rifugio contro il materialismo più bieco, almeno nelle intenzioni. 

La domanda che ci poniamo è: il suo utilizzo è da considerarsi omaggio, plagio o sfruttamento? Vexata quaestio, forse? Infatti, lasceremo la risposta a chi legge.

In genere il problema - se di problema si tratta - (di plagio?) insorge allorquando l'intertesto non è immediatamente riconoscibile. Quando è particolarmente creativo o un pastiche troppo intellettualistico. È tuttavia altrettanto vero che non è poi tanto importante che il destinario dell'oggetto pubblicizzato abbia ben presente il testo (il quadro, qui) di riferimento: anche se irriconoscibile a prima vista, un intertesto smuove per altre vie l'inconscio collettivo.
E poi, nella peggiore delle ipotesi, lo si potrebbe definire un atto nostalgico, ammantarlo di regalità, farlo risplendere di luce riflessa.

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Campagna Coco di Chanel 1991 testimonial: Vanessa Paradis
Quanti seppero riconoscere nella pubblicità Coco - profumo che Chanel lanciò nel 1991 - o meglio nella postura di Vanessa Paradis, cantante e attrice francese (un tempo nota anche per essere la compagna di Johnny Depp, aggiornamento del 2017),  La Source di Jean Auguste Dominique Ingres? I francesi di sicuro, ma gli altri?

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Ingres, La Source (La fonte), 1856, Musée d'Orsay

La campagna Levi's del 1970 era stata ben più esplicita, innanzitutto perché rivolta al mondo intero, e non a un pubblico prioritariamente francofono, come nel caso di Chanel. Levi's si limitò a vestire di giubbetto e pantaloni jeans la modella del quadro ingresiano. Fece lo stesso con l'Adamo ed Eva di Cranach e col David  Michelangelo.

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Ma veniamo in Italia (ricordo che questo mio pezzo è stato scritto nel 2000).

Due esempi apparentemente simili, in realtà lontani tra loro, sono quelli concepiti per la campagna pubblicitaria dell'olio Carapelli e quella celeberrima dell'acqua Ferrarelle. 

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Nel primo caso, la modella riproduce un ideale immaginario della donna rinascimentale (cfr. qui altra pub), vuoi per l'acconciatura e l'abito di pesante velluto verde (come l'olio che si vuole fatto solo della prima spremitura della polpa di olive), vuoi per la nobiltà dei tratti e dei gioielli. La postura delle mani della modella fotografata, infine, allude esplicitamente alla Gioconda di Leonardo da Vinci.

Nel secondo caso, la pubblicità ricorre a un'operazione per la verità già sperimentata - in realtà parodiata - da: Marcel Duchamp (L.H.O.O.Q., 1919), Francis Picabia (1942), Salvador Dalì (1954), Andy Warhol (1963) e Fernando Botero (1977). Persino Jean-Michel Basquiat (1983), partecipa al processo di demitizzazione del quadro più noto di Leonardo da Vinci.
Non è cosa nuova, dunque. Tuttavia, Ferrarelle vi aggiunge un'intenzione: quella di divertire il destinatario. Se Carapelli intende trasmettere un'idea di tradizione e dunque di serietà nella bellezza e nell'arte, Ferrarelle vuole intrattenere, stabilire un dialogo col pubblico. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, chi ha conosciuto quella pubblicità, non potrà fare a meno di completare con il nome del marchiio la domanda Liscia, gassata o... ?  Tutto è giocato sulla capigliatura di Monna Lisa, senza propositi irriverenti (a differenza di Duchamp).

https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/91PJUgh8ARL.jpg

Un esempio, più paradossale, se si pensa che reclamizza capi di abbigliamento (ZARA), è rappresentato da una serie di modelli che riproducono Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il dipinto con cui il pittore denunciava la delusione post-unitaria e il disagio disarmato ma attivo dei poveri, viene ora riutilizzato per vendere capi di abbigliamento casual: cardigan, jeans, sciarpe e gilet. Altro utilizzo (ma per davvero diverso, poi?) è quello della pubblicità  Lavazza. Il sacro e il profano, anzi: il principio piegato allo sfruttamento economico, ancora più subdolo perché impreziosito dalla rigorosa (e introiettata) bellezza dell'immagine artistica vuole affermare un diritto dei lavoratori: la pausa. A voi le riflessioni.

 https://www.copia-di-arte.com/kunst/guiseppe_pellizza_da_volpedo//Der-vierte-Stand.jpg


Una via di mezzo, più pudica, è quella intrapresa dalla Chambourcy (= Danone) che ha diviso il cartellone pubblicitario in due, verticalmente, senza stravolgerlo. A sinistra, l'opera d'arte che si riassume nell'immagine di una lattaia (quella di Van Vermeer) e a destra la pubblicità del budino da vendere.


E qui il mio abbozzo di articolo continuava con i nudi del profumo  Yves Saint Laurent Rive Gauche che cita esplicitamente la Venere allo specchio di Velazquez,  sostituendo l'amorino originale con un giovane uomo... La sessualità esibita per narcisismo solitario e muto ma elegante, quasi glaciale e con la pubblicità della candeggina La Croix sui quadri di Degas e Toulouse-Lautrec. Passiamo oltre.

Ma la pubblicità non è divenuta anch'essa arte? Parlo di arte di interpretare, decodificare trasmettere e comunicare il presente della nostra società, nella sua immediatezza. Perché ricorrere a celebri dipinti del passato, allora? Non è forse un ossimoro?
Intanto, restringiamo il campo di azione. L'arte è convocata sulla carta stampata, preferibilmente patinata. Oppure sulla cartellonistica viaria. Già solo laddove l'immagine è fissa, l'arte funziona.

Si è parlato di paradossi. Ne vorrei indicare due, poi mi fermo qui, lasciando ai lettori il piacere di scovare da soli tanti altri intertesti.
1. Il dipinto reintrodotto per pubblicizzare il contrario di quel che veicolava il quadro stesso:
 https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/ae/7a/47/ae7a476ba25453df3670db459b0a8047.jpg
 Les Baigneuses di Gustave Courbet (1853) serve per pubblicizzare la crema anticellulite ROC.

2. La pubblicità  fa riferimento a un quadro citandone l'autore, senza mostrarne l'opera, parodiata dall'oggetto pubblicizzato. Lo capirebbe finanche un bambino:

Lu et approuvé (altra citazione)

giovedì 23 giugno 2016

Quadri per arredare... un romanzo










Utilizzare quadri per creare lo sfondo di un romanzo ovvero: come usare l'arte per «arredare» un romanzo

di Jacqueline Spaccini











Quando un autore ambienta il suo romanzo in un'epoca passata ha spesso l'obbligo di documentarsi storicamente non solo sugli ambienti, ma anche sugli abiti e gli oggetti.
Ma se questo stesso scrittore ricorre a quadri del periodo prescelto, di quelli che descrivono atmosfere, persone,  animali e ambienti di quell'epoca lontana, egli vedrà il suo compito di molto facilitato: basterà infatti che faccia prima una selezione di dipinti e che poi si metta a descrivere quel che vede.
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Facciamo un esempio:
In Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, leggiamo che una delle protagoniste Anne Deverià passeggia lungo la spiaggia insieme con Elisewin, una ragazzetta di sedici anni con il suo ombrellino bianco.


Sai cos'è bello qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. ma domani, ti alzerai, guarerai questa grande spiaggi e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. [...]
Si parla nel romanzo di una località, Skagen. Esiste e si trova in Danimarca.
C'è anche una pittrice famosa di Skagen che si chiama Anne Ancher (come uno dei personaggi di Oceano Mare)
E allora è probabile che la passeggiata che Baricco descrive diffusamente nel romanzo, sia ispirata a questo quadro di Peder S. Kroyer, Mattino d'estate sulla spiaggia di Skagen (1893).

Del fatto che Baricco abbia nascosto tanti quadri all'interno del suo romanzo più famoso, scrissi diffusamente sulle pagine di Stilos, supplemento del quotidiano La Sicilia, nel 2000 e poi l'ho riportato fuggevolmente anche qui, su questo blog.










Non bisogna credere però che soltanto la letteratura ricorra a questi stratagemmi. in questo caso, il cinema la fa da padrone: si pensi solo al Francesco Hayez rielaborato in  Senso di Luchino Visconti (clicca qui).

In genere, però, i dipinti entrano nei romanzi in altri modi.
Vediamone uno poco noto.
Mi riferisco a un racconto di Daniele del Giudice, Nel museo di Reims, pubblicato per Mondadori nel 1988 (ripubblicato nel 2010 da Einaudi)












Il romanzo è interamente basato sulla descrizione di quadri. Grazie a un escamotage: il personaggio principale che è anche il narratore, è quasi cieco.
Si ricorda (e vuole rivedere), per esempio, di una tela amata, quella di Delacroix che ha per tema Desdemona (quella di Otello, per intenderci) e il padre di costei, furioso per la scelta amorosa della figlia che è fuggita col Moro, si è con lui congiunta e sposata. Ora nel quadro ella implora il perdono paterno e lui, il padre, la maledice.
Vedo il vestito scuro rigonfio, vedo l'incarnato bianco subito sopra il seno, vedo i capelli lunghi scarmigliati, vedo lei che solleva un braccio e incontra il braccio del padre.
[...] il padre mi appare confuso forse ha le mani per respingere la figlia, forse la sta maledicendo [...]. Che cosa ricorderò di questo quadro? Il fatto che una donna chieda di essere tollerata e amata dal padre così com'è, anzi proprio perché è così?
Il protagonista del racconto di Del Giudice, si chiama Barnaba e si trova in un piccolo (ma incantevole) museo francese. Distingue in maniera sfocata i particolari dei dipinti, quindi occorre che qualcuno gli descriva i quadri (e questo è un secondo escamotage dell'autore per introdurre un secondo personaggio, una donna, affinché il monologo diventi un dialogo), perché lui non può (o non può più) vederli.











Tuttavia, questa stessa trovata dà adito a un interrogativo: saranno proprio così, i quadri descritti? Viene introdotto il tema della menzogna.
Il fatto è che i quadri di questo museo hanno tutti un rapporto psicologico col protagonista del racconto e quindi sono incaricati di spiegare il rapporto conflittualedi Barnaba col padre, ma anche il senso di colpa che il giovane si porta appresso: prima quando incontra durante la visita al museo il dipinto di Edouard Chaise dal titolo Le figlie di Pelia chiedono a Medea il ringiovanimento del padre
(clicca qui per vedere il quadro)









e poi, soprattutto, quando si trova davanti al quadro di Théodore Chassérieu, Lo spettro di Banquo.











Gli insegnanti approfitterano a questo punto delle due citazioni precedenti per rievocare il mito di Medea e la storia di Banquo.

Sembrerebbe dunque che i quadri,oltre a ispessire la materia del narrare, abbiamo anche una funzione di certo non terapeutica, ma sicuramente epifanico,anzi di agnizione.
Avrebbe dunque ragione la psichiatra Graziella Magherini dell'ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, la quale nel 1977 ha coniato il termine LA SINDROME DI STENDHAL, per un particolare malessere che provano le persone davanti a uno specifico quadro.











Al molto da approfondire - e ce n'è - non posso dedicare altro tempo, per oggi.

Vi lascio con la lettura di una novella di Antonio Tabucchi, La traduzione, tratta da I volatili del Beato Angelico (1987).
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È una splendida giornata, puoi starne certo, anzi, direi che è estate, è impossibile non riconoscere l’estate, lascia che te lo dica, io me ne intendo. Vuoi sapere da cosa lo deduco, oh, beh, è facilissimo, come dire?, basta guardare quel giallo. Come sarebbe a dire? Dunque, stammi bene a sentire, hai presente il giallo? Sì, il giallo, e quando dico il giallo intendo proprio il giallo, che non è il rosso o il bianco, ma proprio il giallo, esattamente giallo. Il giallo, quello là a destra, quella macchia a stella di giallo che si espande sulla campagna come se fosse una foglia, un bagliore, insomma qualcosa di questo tipo, dell’erba seccata dalla calura, mi faccio capire? Quella casa pare proprio che stia sopra il giallo, che sia retta dal giallo. È strano che se ne veda poca, solo un pezzo, mi piacerebbe saperne di più, chissà chi ci abita, magari la signora che sta attraversando il ponticello. Sarebbe interessante sapere dove sta andando, può darsi che stia seguendo la carrozzella, forse il barroccino che si vede vicino ai due pioppi del fondo, dalla parte sinistra. Potrebbe essere vedova, dato che è vestita di nero. E poi ha anche un ombrello nero. Comunque quello le serve per ripararsi dal sole, perché ti ripeto che è estate, non ci sono dubbi. Ma ora vorrei parlare di quel ponte, anzi, chiamiamolo ponticello, è così grazioso, tutto fatto di mattoni, avanza con le fondamenta fino a metà del canale. Sai che ti dico? Che la sua grazia consiste in quel marchingegno di legno e corde che lo copre come l’armatura di una pensilina. Sembra un giocattolo per un bambino intelligente, hai presente quei bambini che sembrano degli ometti e che giocano sempre con i meccani o cose del genere, una volta se ne vedeva nelle case perbene, ora forse un po’ meno, comunque hai capito. Ma è tutta un’illusione, perché quel grazioso ponticello che apparentemente ruota con cortesia per lasciar passare i barconi nel canale, secondo me è una trappola bell’e buona. La vecchia signora non lo sa, poverina, nemmeno se lo immagina, ma ora muoverà un altro passo e sarà un passo fatale, credi a me, sicuramente metterà il piede su un perfido meccanismo, ci sarà un clic inavvertibile, le corde si tenderanno, le assi sospese a leva si stringeranno come mandibole e lei resterà lì dentro come un topo, nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore tutte le sbarre che uniscono le assi, quelle pale un po’ sinistre, se ci pensi bene, scatteranno per combaciare con esattezza millimetrica e lei, zàcchete, resterà schiacciata come una frittella. Il vetturale non se ne accorgerà neppure, magari è anche sordo, e poi quella signora non gli interessa niente, credi a me, lui ha altro a cui pensare, se è un contadino penserà alle vigne, i contadini pensano solo alla terra, sono abbastanza egoisti, per loro il mondo finisce col campicello; se è un veterinario, perché potrebbe anche essere un veterinario, sta pensando a qualche vacca malata nella fattoria che deve trovarsi là in fondo, anche se non si vede, le vacche sono più importanti delle persone per i veterinari, ognuno fa il suo mestiere a questo mondo, cosa ci vuoi fare, e gli altri che si arrangino. Mi dispiace che tu non abbia ancora capito, ma se ti sforzi sono certo che ci arriverai, tu sei una persona intelligente, non ci vuole poi molto a indovinare, o meglio, forse ci vuole un po’, ma mi sembra di averti dato sufficienti informazioni; ti ripeto, probabilmente devi solo collegare gli elementi che ti ho fornito, ad ogni modo guarda, il museo sta per chiudere, vedo il guardiano che ci sta facendo dei cenni, questi guardiani non li sopporto, hanno sempre una spocchia che non ti dico, ma semmai torniamo domani, tanto anche tu non è che abbia troppe cose da fare, no?, e poi l’impressionismo è affascinante, ah, questi impressionisti, così pieni di luce, di colore, dai loro quadri viene quasi un profumo di lavanda, eh sì, la Provenza… io ho sempre avuto un debole per questi paesaggi, non ti dimenticare il bastone, sennò poi qualche automobile ti investe, l’hai appoggiato qui a destra, un po’ più in là, a destra, ci sei quasi, ricordati, a tre passi sulla nostra sinistra c’è un gradino.










Allora, avete trovato?

Compito per gli studenti.
Scegliete uno dei quadri qui di seguito proposti e utilizzatelo come meglio ritenete per scrivere una novella di minimo 3300 - max 4000 caratteri spazi inclusi
I quadri sono tutti di Edward Hopper.








venerdì 1 gennaio 2016

Una delle meravigliose poesie di Pedro Salinas


domenica 14 dicembre 2014

Analisi e commento de IL VIAGGIO di Luigi Pirandello

IL VIAGGIO 
di Luigi Pirandello

Tradizionalmente, questo racconto pirandelliano inizia con darci  un gran numero di informazioni sul personaggio principale. 
Adriana Braggi, sposatasi a 18 anni, vive reclusa in casa, senza mai uscire, da ben 13 anni (ora ne ha dunque 35) cioè da quando è rimasta vedova dopo soli 4 anni di matrimonio. Nemmeno si avvicina - come fosse sepolta viva - alle finestre di casa, e per di più in una casa lontana dal centro abitato, il quale è comunque definito come «alta cittaduzza dell'interno della Sicilia», dove la terra è arsa dalle zolfatare. 
Tutto sa di chiuso, di angusto, di limitato. Fin dall'incipit del racconto, manca l'aria, si respira appena.
Anche se il mondo è "fuori" e non ha modo di controllare il contegno di lei, la donna veste accuratamente di nero (come converrebbe a una vedova), con anche un fazzoletto che le nasconde i bei capelli castani che non presentano vanità alcuna.
Lo sguardo è mesto ma sereno e dolce; giacché se non è felice, perlomeno non è più tormentata dal marito, gelosissimo, ch'ella aveva sposato senza amore. Ma i «rigidi costumi» non si interessano alla sua condizione; infatti,  pure da vedova, ella ha un codice da osservare: dev'essere invisibile, «quasi morta per il mondo».
Gli uomini hanno modo di distrarsi, le donne no: per loro ci sono le faccende domestiche e un allenamento fin da bimbe a diventar le serve dei loro futuri mariti. Unica "distrazione" possibile per loro: stringere tra le braccia un bimbo o in assenza di esso, recitare il rosario.
Com'era questo marito geloso scomparso nei primi anni del matrimonio? «Debole di complessione». Vale a dire debole, malaticcio, fisicamente poco attraente (al contrario di un altro ben più noto personaggio, quel Renzo Tramaglino, protagonista de I Promessi Sposi, il quale ha preso come tanti altri la peste, ma che, grazie alla sua «buona complessione», vincerà il male). 
E Adriana non lo ama. Non l'ha mai amato. Da lui ne è oppressa a causa della gelosia che è ancora più forte in quanto rivolta verso il fratello maggiore, cui ha fatto un grave torto.
Secondo le regole non scritte di questa società siciliana (tuttavia sempre lontana nel racconto) che non entra dentro il microcosmo pirandelliano, perché le regole sono introiettata fin dalla nascita e anche da prima, nella famiglia Braggi, un solo uomo avrebbe dovuto sposarsi («perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate»), secondo il diritto di maggiorasco, vale a dire il primogenito.

E il demerito (il «tradimento», dice il narratore) del defunto marito è quello di essersi sposato. E già, perché in questa storia non è lui il primogenito, bensì il fratello Cesare. Ma l'avente diritto a tutto il patrimonio nonché al diritto alle nozze, Cesare Braggi, non si è - all'apparenza - offeso, giacché il comune padre aveva disposto che il capofamiglia sarebbe rimasto lui, cui il fratello minore, seppure ammogliato, doveva comunque obbedienza, vita natural durante. Non poteva però più sposarsi, il figlio maggiore, appunto per non dividere a metà i beni familiari.

In tutto questo, Adriana si sente umiliata, giacché lei deve obbedienza al marito nonché al cognato. Non solo, ma ha appreso dal suo stesso sposo - e fin dall'inizio - che Cesare l'avrebbe chiesta in sposa, se il fratello minore non si fosse mosso in anticipo in tal senso.
Ancora più in imbarazzo si sentirà Adriana, allorquando si rende conto che il cognato la tratta come una «vera sorella»; è gentile, non esercita il suo potere su di lei, neppure dopo la morte del legittimo marito.
E anzi, l'imbarazzo che poteva instaurarsi a vivere, loro due da soli tra le pareti domestiche (Adriana ha comunque avuto due figli dal coniuge), è annullato dalla premura di Cesare che fa accorrere in casa la mamma di Adriana, ufficialmente affinché l'anziana donna le faccia compagnia.

Cesare non è descritto fisicamente, bensì solamente nel suo incedere interpersonale: è di una «squisita signorilità naturale» al contrario della ruvidezza dei paesani; di modi gentili, contro l'ordinaria rozzezza degli uomini del suo tempo, con giusto un po' di «rilassata pigrizia» a fare da contraltare a tanta virtù. 
E che sia un vero uomo, un uomo vero in tutti i sensi, lo capiamo dal fatto che una volta all'anno - anche per più di un mese - il maggiore dei Braggi vada a «tuffarsi nella vita», a prendere «un bagno di civiltà»:  a Palermo, Napoli, Roma, Firenze, a Milano. Quando ne ritorna è sempre come ringiovanito.
Invece Adriana  non è mai uscita dal paese. 
E ogni volta che lui torna, la donna ha un «segreto turbamento»: non sappiamo bene dire se sia dovuto all'incontro rinnovato col cognato oppure al vagheggiamento del viaggio di lui. Forse entrambe le cose?

Quale sia l'interesse segreto rivolto al cognato dovrebbe indicarcelo il fatto che all'epoca in cui il marito era ancora in vita, Adriana si sdegnava nel sentirsi raccontare dal fratello minore le avventure galanti del fratello maggiore e provava ribrezzo nel dover poi assecondare le voglie sessuali del marito sovraeccitato...
Una timidezza, quella di Adriana, che lei stessa imputa al marito geloso (il pensiero le si è inculcato nel profondo o già non esisteva?). 

Con l'arrivo della madre di lei, tutto il suo amore si riversa sui figli e vive solo come mamma e non più (non mai) come donna. Il pretesto per sentire - senza colpe - l'assenza di Cesare è dato dalla paura che le donne avrebbero a stare di notte da sole, senza la protezione di un uomo, in casa.  Tutto ciò rivela in realtà che lei non avrebbe voluto che lui se ne andasse neanche per una volta all'anno. In verità, a parte le vacanze annuali di un mese, il maggiore dei Braggi è uno zio attento, quasi un padre. 

Ma poi anche la madre, divenuta una sorella, muore. E con essa muore in Adriana l'idea di essere ancora una figlia. Ora si sente vecchia, con quei due figli maschi di 16 e 14 anni, alti quasi quanto lo zio.

Finché a dare una svolta alla storia che finora è stata resoconto del passato, ecco che giunge la malattia di Adriana («un vago malessere, una stanchezza, una oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro»). Un malessere alla pleura, il suo, che si manifesta chiaramente fin da subito come un male fatale. E che si rivelerà essere un cancro.

Occorre partire per avere nuovi e più ottimistici consulti, ma Adriana non ha abiti per viaggiare. E poi non può lasciare i figliuoli da soli... Per carità, per carità. Occorre ora a Pirandello una distrazione, un ralentissement, una deroga al finale. Ed ecco dunque i vestiti. Servono anche per ricordare - se mai ve ne fosse bisogno - che Adriana è bella. E se non sembra tale è solo perché si trascura.

Si ordinano i vestiti e i cappelli a Palermo, e quando arrivano dalla città, apprendiamo che sono neri da lutto, ma eleganti. I figli per primi vogliono vedere la loro mamma - che ora  guardandosi allo specchio si vergogna per quegli abiti aderenti che la rendono fanciulla, giovane e bella. Anche i figli lo notano. E poi anche Cesare la vede e si complimenta con lei, dandole del tu. 
Agitata ma sensuale, Adriana si pettina i lunghi e tanti capelli...

Finalmente si lascia la cittaduzza, si va a Palermo, poi si lascerà anche Sicilia, dirigendosi verso il Continente. Per altri consulti ancora, forse per un rimedio. Perché si tenta il tutto per tutto. E perché Cesare, soprattutto, non vuole darsi per vinto.

«Sola con lui». 
Questo è il pensiero di Adriana. Torna il turbamento, all'apparenza ancora non riprovevole, ma in realtà portatore del vero significato dei suoi sentimenti fin lì soffocati.
Il viaggio si farà  in treno. 
Piacere e pene di quel viaggio: la meraviglia dei luoghi che ci sono sempre stati e sempre continueranno a esserci, anche senza di lei. 
Adriana guarda fuori dal finestrino, per non guardare negli occhi di lui.


A Palermo, riceve la sentenza di morte attraverso lo sguardo di «costernazione» di Cesare Braggi e l'eccessiva gentilezza («la premura affettata») del primario che li ha ricevuti in casa e che ha dato ad Adriana una mistura composta di veleni che funzionano da medicinali. Ma che non servirebbero a guarirla. 

Adriana vive la sua malattia come un'estranea, come se la morte non dovesse colpirla più di tanto, come se non già la morte di per sé non fosse interessante quanto piuttosto la sua stessa persona che ne è colpita. 
Lei si sente infatti sempre e ovunque «estranea e di passaggio», come lo siamo tutti noi, ma in lei questa modestia che è la sua qualità principale, è anche la sua catena più grande.

Tuttavia, ora Adriana sa che non c'è più nulla da fare, che non potrà guarire e tornare alla vita di sempre, che non potrà più svolgere il suo ruolo di mamma, giacché il tempo della morte si appressa, dentro di sé «appiattata là sotto la scapola sinistra»... ora, che tutto è chiaro anche per lei, ora sì, Adriana può lasciarsi andare - insieme con le lacrime liberatorie - può concedersi finalmente alla VITA.

E di città in città, a cominciare da Napoli - ora che non c'è più nessuna onorabilità da salvare o decenza da osservare, lontano da sguardi bigotti, ecco alfine che vediamo quest'amore che è sempre rimasto protetto in un alone di non-detto, di non-pensato, finanche, divellere ogni regola. 

Non c'è più posto, nel finale del racconto, per l'ironia iniziale proposta da Pirandello; non ci son più padroni uomini che rincasano, né donne sottomesse ad attendere. Ora ci sono un uomo e una donna che si amano liberamente, «senza memoria, coscienza né pensiero, in un'infinita lontananza di sogno».
Anche se ora - in quei pochi giorni vissuti felicemente -, ora che ha conosciuto tanti posti meravigliosi e l'amore a lungo taciuto di Cesare ormai condiviso, Adriana soffre perché non vorrebbe più morire. E poiché la fine è ineluttabile, allora sì, morire sì, ma nella frenesia, nella passione del vivere gli ultimi giorni della propria vita.


Non c'è via d'uscita: a Milano  la nostra protagonista ha compreso chiaramente che è finita, ma vuole concedersi - romanticamente - un' ultima tappa, Venezia: il giorno di velluto, della gondola e della bara.

L'indomani prenderà la mistura di veleni. È il momento della precipitazione degli eventi, siamo giunti alle ultime righe della storia: Adriana beve tutta la boccetta dei medicinali. Un veleno che era anche un farmaco, un farmaco che è un veleno, estremo atto con cui andarsene silenziosamente dalla vita di tutti, anticipando l'attesa dell'irrevocabile sua dipartita.

Un Pirandello forse anomalo, questo de Il viaggio, per chi è abituato a leggere il suo amaro umorismo, puntuale soprattutto nelle chiose finali come è proprio della novella. Qui, l'autore siciliano aveva iniziato a fare del sarcasmo sociale, a proposito della condizione delle donne sottomesse ai mariti-padroni, ridotte a situazioni di schiavitù psicologica, s'è detto, in una Sicilia in cui esiste un sistema di valori interiorizzato che vale più della legge dei tribunali.

Ma poi il personaggio di Adriana mette le ali e nel momento in cui esce dall'angusto luogo in cui è nata e vissuta, si apre al mondo - come una Cenerentola o una Pretty Woman - assaporando la vita, il gusto leggero e felice e gioioso della vita, che tanto più è cara quando la sentiamo venire meno. Il finale, pur tragico, è delicato, è un suicidio razionale non disperato, senza commenti né da parte della protagonista né da parte del narratore; Pirandello non deve dimostrare, né proteggersi dalla censura. Scrive nei primi anni del Novecento, pubblica sul finire degli anni '20, Non è Flaubert, non ha tra le mani Emma, bensì Adriana.  [Jacqueline Spaccini]


IL VIAGGIO film del 1974
di Vittorio De Sica
con Sophia Loren & Richard Burton
liberamente ispirato al racconto


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Il testo integrale del racconto si trova qui
L'audiotesto che consiglio è la lettura di Margaret Collina (la migliore)

venerdì 31 ottobre 2014

MONUMENTI - L'ALTARE DELLA PATRIA IIC RABAT

L'Autel de la Patrie à Rome : symbole monumental de l'Italie unieL

Letteratura :giovedì 25 settembre 2014
L'Altare della Patria a Roma: simbolo monumentale dell'Italia unita
a cura della Prof.ssa Jacqueline SPACCINI, Lettrice di italiano
Alla morte del Re Vittorio Emanuele II, nel 1878 fu indetto un concorso per la realizzazione di un’opera grandiosa, in omaggio al padre della Nazione. Il Vittoriano ( o Altare della Patria) sarà chiamato a rappresentare anche l’Italia Unita. Storia di un monumento.

Informazioni

Data: giovedì 25 settembre 2014

Orari: 18,30

Luogo: Rabat-Istituto Italiano di Cultura

Organizzato da: Istituto Italiano di Cultura-Rabat

In collaborazione con: Dipartimento di italiano-Università Mohammed V - Rabat

TABLE RONDE A RABAT - PLURILINGUISME, MULTICULTURALITÉ, BILINGUISME

Institut Cervantès: Le plurilinguisme au cœur du débat

Ranya Zoubairi
24/10/2014 13:04
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Du Mercredi 29 au jeudi 30 octobre, à 17h30, l’Institut Cervantès accueille un séminaire transnational autour du plurilinguisme et de la multi-culturalité
Selon un communiqué de l’Institut Cervantès, un séminaire multinational sera organisé du 29 au 30 Octobre. Des experts internationaux seront conviés à débattre du « phénomène complexe du plurilinguisme européen et marocain, et comme chaque pays, depuis ses différentes perspectives, le Maroc l’affronte dans son propre territoire et dans son espace plurilingue». La problématique sera ainsi traitée en tant que défi partagé entre l’Europe et le Maroc.
Cette manifestation scientifique vise, entre autres, à « acquérir une meilleure compréhension des multiples dimensions du plurilinguisme et de son rôle dans la gestion des connaissances, en particulier dans le contexte de l’apprentissage des langues. » tout en œuvrant pour « la conception d’un paysage complet de la culture (plurilinguisme =diversité culturelle) » ajoute le communiqué, soulignant que la rencontre a également comme objectif de promouvoir « le développement des compétences interculturelles chez les formateurs / enseignants ».
Une table ronde autour de la diversité linguistique se tiendra donc mercredi 29 et jeudi 30 Octobre. Les participants y traiteront la question de « l’apprentissage d’une nouvelle langue face à une réalité plurilingue». Ils y exposeront des « modèles de gestion de la diversité linguistique et identitaire, qui pourraient s’appliquer à d’autres réalités ». Les experts tenteront ainsi de repenser des notions telles que la région, la nationalité, l’identité ou le territoire à travers le prisme de la diversité culturelle.
Participeront à cette rencontre, Jan Hoogland, linguiste et directeur du NIMAR, Institut néerlandais au Maroc ; Yamina El Kirat, professeur d’anglais à l’Université de Rabat; Aïcha Bouhjar, directrice du Centre de l’Aménagement Linguistique, de l’Institut Royal de la Culture Amazighe (IRCAM), ainsi que Ieme Van der Poel, professeure de littérature française, Pays-Bas et Jacqueline Spaccini, représentante de l’Italie.pLI

martedì 8 luglio 2014

Dettagli. Non smettere di guardare un quadro.

DETTAGLI
Le cose che Daniel Arasse mi ha fatto scoprire.

Filippo Lippi, Annunciazione, Londra, National Gallery

Bella quest'opera, sì, stupenda. In origine era posta in alto, a lunetta, sopra a una porta (dessus de porte). 

Cliccate sulla foto e ingranditela.

C'è un buco sulla veste della Vergine. L'avevate visto?

Proprio davanti allo Spirito Santo, rappresentato come tradizione da una colomba, c'è una boutonnière, un'asola, come quelle che portavano alcune donne molto pie, dopo il matrimonio; insomma, un buco nella stoffa della camicia da notte per congiungersi e concepire, ma senza mostrarsi - neppure al coniuge - nella propria nudità. Certo, l'occhiello è poco sotto l'ombelico; non dimentichiamo che qui siamo inanzi a un'immacolata concezione.

Daniel Arasse qualifica questo dettaglio come segreto del pittore [1].



Quel che non si vede... appunto.

Ora fate attenzione e guardate bene questo quadro:

Francesco del Cossa, Annunciazione, Dresda, Gemäldegalerie

Cliccate sopra e ingranditelo. Sì, avete visto la chiocciola (Arasse dà una spiegazione incredibile di questa chiocciola)... ma il cane, l'avevate visto?



e quella gente che osserva dal balcone?





Dettagli, appunto.
Quante storie contiene un quadro!

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[1] Daniel Arasse, Histoire de peintures, 2004 (postumo). Come lo stesso Arasse scrive, il dettaglio fu rilevato per primo da Samuel Edgerton Jr., storico dell'arte americano.

domenica 29 giugno 2014

La Compagnia delle Poete a Rabat (12/06/2014) con lo spettacolo MADRIGNE


La Compagnia delle Poete è stata ospite dell'Istituto Italiano di Cultura a Rabat in Marocco il 12 giugno 2014.

Invitata dalla dott.ssa Pastore in fine mandato e confermata dalla dott.ssa Fortunato, attuale Direttrice, la Compagnia si è prodotta nella sala teatrale del Centre Culturel de l'Agdal grazie all'amabile disponibilità della sua Direttrice, Mme Menaouar.

Lo spettacolo che si è messo in scena sotto la direzione della fondatrice e  poeta, Mia Lecomte, è Madrigne - più volte sperimentato nella versione ridotta - che ha visto 5 poete in scena (Maria Candelario Romero, Mia Lecomte, Vera Lucia de Oliveira, Barbara Serdakowski e la sottoscritta, Jacqueline Spaccini) e 1 musicista (Pape Kanouté). Si avvale anche di video raffiguranti momenti di donne e di voci off, voci fuori campo di poete assenti.
Fondamentale l'aiuto tecnico del pittore e amico Cesare Oliva.







Le voci delle poete sono (come facilmente intuibile dai loro nomi e cognomi) multiculturali, anche se la lingua veicolare in cui si esprimono è l'italiano che tutto accoglie e che tutto sa modulare. La Compagnia è attiva dal 2009.