martedì 4 novembre 2008

Il senso iconico in "Senso" di Luchino Visconti


Il senso iconico in «Senso» di Luchino Visconti

di Jacqueline Spaccini



Il film di Luchino Visconti è tratto da una novella di Camillo Boito (fratello del più celebre Arrigo), di professione architetto.

Senso è scritto nel 1883 e ambientato in Veneto, nel 1865, poco prima dei - e durante i - mesi della rivolta italiana contro gli Austriaci (Terza Guerra d’Indipendenza).

Nella novella di Boito [clicca qui per leggerla], la protagonista, la contessa Livia Serpentieri racconta sotto forma di diario la sua storia d’amore adultero risalente a 16 anni prima. Chioserà i suoi ricordi senza senso di colpa con questa frase: «Avevo la coscienza nel mio diritto, tranquilla nell’orgoglio di un difficile dovere compiuto».

Nel film omonimo del 1954, Visconti resta molto fedele alla novella, ma se ne discosta proprio nel finale, dando così un altro spessore al personaggio femminile.

È un film da ricordare anche e non solo per i suoi interpreti: l’aiuto regista ad esempio era Giuseppe Rotunno e Rosi e Zeffirelli erano i due giovani assistenti alla regia.

Alida Valli (Pola, 1921*) venne scelta fin dal primo momento quale protagonista femminile, non soltanto per la sua bellezza e bravura ma anche per quel suo physique du rôle che le proveniva dall’essere anche nella vita una nobile (il suo vero nome è infatti: Alida Maria Laura Altenburger baronessa von Marckenstein und Frauenberg).

Per il personaggio del giovane Franz Mahler, invece, l’attore richiesto era Marlon Brando. Indisponibile, in sua vece venne assunto Farley Granger (1925), un californiano già abbastanza noto negli Stati Uniti, del tutto sconosciuto in Italia.

La scelta fu probabilmente di Tennesse Williams che collaborò ai dialoghi (quelli sferzanti tra Franz e Livia).

Nel film importante è la grande differenza d’età tra i due amanti (nella realtà, Alida Valli aveva solo 4 anni più del suo collega americano).

Nella novella, invece, Livia ha 22 anni ed è coetanea dell’ufficiale austriaco, Remigio Ruiz. Questo significa che pur restando costui un avido profittatore di donne belle e ricche, non ha la crudeltà del Mahler viscontiano nei confronti della donna ancor bella ma non più giovane.

Ma anche la Livia filmica e quella letteraria differiscono tra loro: quella di Boito è glaciale persino nella sua vendetta: l’autore aveva scelto per lei quel nome, che rinvia alle antiche donne romane, quelle che giravano il pollice verso terra, senza pietà, come Tacito ci descrive la terza moglie di Augusto, Livia Drusilla, alla quale la protagonista della novella si paragona.

La Livia di Visconti ricorda invece l’Emma Bovary flaubertiana, nella sua cieca passione. Alle volte è stolta, altre infantile; spesso, vuol essere cieca e sorda per non arrendersi all’evidenza e con la giustezza della ragione tornare alla grigia – seppur agiata – vita coniugale.

Tuttavia, al di là della maggiore o minore aderenza alla novella di Boito, ciò che accomuna di più Visconti al letterato, è una convergente visione iconica della storia.

Vi ricorre Boito nel descrivere alcune scene e rivendica tale procedimento con queste parole: «la natura offre quadri belli e dipinti; compito dello scrittore è saperli riconoscere «unendo così in una sola gioia la vista del vero e quella dell’arte». In lui si rievocano colori e tele di Tiziano e del Veronese.

In Visconti, l’omaggio alla pittura è più evidente, giacché sotto lo sguardo dello spettatore. Sicché abbiamo «calchi» di /allusioni ad / opere di:

Francesco Hayez Il Bacio

e il Consiglio alla vendetta

Giovanni Fattori La battaglia di Magenta, La battaglia di Custoza e per le immagini di soldati italiani

Telemaco Signorini per La toilette del mattino

Silvestro Lega per ritratti femminili, la loro toilette

per i paesaggi agresti (e La visita)

Giuseppe Abbati per le strade

Anselm Feuerbach per le acconciature femminili

Alfred Stevens per l’abito della sequenza finale

Da non dimenticare poi che per tutti i suoi film, Visconti prevedeva dei bozzetti personali che disegnava e dipingeva e che poi chiedeva allo scenografo e al costumista di riprodurre tali e quali.

Il motivo è da ricercarsi non soltanto nella raffinatezza del regista, nell’intellettualità dell’operazione, ma soprattutto nell’icasticità che l’elemento iconico conferisce al film (pur sempre inserito in un contesto storico lontano), confidando sull’effetto coinvolgente di un intertesto, magari non coscientemente presente, ma noto ai sensi della memoria involontaria.

Jacqueline Spaccini

Zagabria, Presentazione del film

all’Istituto Italiano di Cultura,

3 feb 2006


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(*) Alida Valli si è spenta a Roma il 22 aprile 2006

1 commento:

il_cercat0re ha detto...

ciao! ti ho vista su anobii e sono venuta a sbirciare questo ricchissimo blog :)

Ti andrebbe di partecipare a questa iniziativa: Una panchina per...?

a presto!