venerdì 7 novembre 2008

Nostra Dea di Massimo Bontempelli

N.B. Per un approfondimento sull'opera di Bontempelli, rimando a un mio articolo riguardante Mia vita, morte e miracoli pubblicato dalla rivista bolognese Bollettino '900 (clicca qui) e al volume da me curato insieme con Viviana Agostini-Ouafi, L'Italie magique de Massimo Bontempelli (clicca qui), Caen, PUC, 2008 [questo libro può essere acquistato in Italia su Amazon Italia (clicca qui)].  


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Bontempelli scrisse Nostra Dea, tutto d'un fiato, nel gennaio del 1925. Era stato lo stesso Pirandello (amico, e direttore - cioè regista teatrale - del Teatro degli Undici) ad incoraggiarlo nella stesura di un testo teatrale, qualche anno prima.

E difatti, Bontempelli vi pensava dall'estate del '22.

A sentir lui, non aveva alcuna voglia di scrivere una commedia, non amava particolarmente il genere teatrale; eppure, Nostra Dea è uno dei "classici" del teatro italiano.

La commedia conobbe, ai suoi inizi, alterne fortune: se a Roma fu un successo, a Milano fu un vero e proprio fiasco. Bene in alcune città straniere (Praga, Madrid), male in altre (Varsavia, Budapest).

Ma di che parla, la storia? L'intrigo è semplice; vediamo dapprima la struttura della commedia.

Essa è divisa in 4 atti, la scena del primo e dell'ultimo si svolge nel salotto della casa di Dea, la protagonista, quella del secondo atto in casa di un altro personaggio (Marcolfo) e per il terzo atto la scena si sposta in un locale, il "Poliedric Superbal", pieno di sale e salette, poltrone divanetti e un bancone di bar. Se si intende musica essa è solo jazz (anzi, come scrive Bontempelli: giazz).

Volendo sintetizzare al massimo, è una storia di burattini e burattinai (ma i burattini non sanno di essere tali ed i burattinai è gente sempliciotta): Dea, donna sofisticata e dal carattere mutevolissimo, Marcolfo, giovanotto per il quale talvolta nutriamo dubbi sul Q.I., Vulcano, volpone di provincia. Poi qua e là personaggi a corollario: il medico, donna Fiora, l'artista-sarta, la contessa Orsa e il suo amante Dorante, due cameriere, la più importante delle quali è Anna.

Tutto ruota attorno a Dea, la quale poveretta è un essere privo di qualunque personalità, una sorta di robot. A meno che non si compia il miracolo: un abito appropriato ed ecco che la giovane donna ACQUISTA la personalità del suo abito. Un esempio? Ma anche due: se indossa il tailleur rosso chiaro vivace, diritto e molto maschile, eccola trasformarsi in una pantera, rapida e luminosa, dalla voce calda e squillante, di quelle donne insomma che non ammettono indecisioni, balbettii, né tantomeno rifiuti. Se invece la cameriera Anna le offre un abito pacato, che so, color grigio gola-di-tortora, allora Dea si trasformerà in un poema di morbidezza, dolce dolce, timida con gli occhi umidi. Un angioletto, insomma.
Di che far disperare gli uomini. Ma in fondo, non è quel ch'essi desiderano? Tante donne in una sola.

Non racconto la trama, ché il testo è breve e non amo anticipare i contenuti.
Dico invece - velocissimamente - l'impatto che fece su Bontempelli e Pirandello (su quest'ultimo, soprattutto) la recitazione della giovanissima e inesperta Marta Abba: bouleversant. Un provino che le valse per la vita (professionale, e non solo).

E' un sogno per tutte le attrici, quello di poter recitare questo ruolo: richiede grande versatilità.

Ricordo personalmente: Rossella Falk e Carla Gravina.
La prima fa pensare di più alla Dea in tailleur, la seconda alla gola-di-tortora.
Nessuna delle due alla donna-serpente.

Per la bellezza di Marta Abba, credo (ma non potrò mai saperlo) che sia stata la migliore Dea.

Buona lettura.

Caen, aprile 2007


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[La maggior parte delle informazioni provengono da: "Note ai testi" in Massimo Bontempelli, Opere scelte (a cura di L. Baldacci), Milano Mondadori (I Meridiani), 2004 (1978), pp. 947 e sgg.]

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